La vicenda è nota. Eppure, un soffio inedito la anima in questo libro. Per sei volte siamo chiamati ad aprire i polverosi sepolcri di sei famose sovrane, Caterina d’Aragona, Anna Bolena, Jane Seymour, Anna di Clèves, Caterina Howard e Caterina Par (sì, ben tre “Caterine” ma, come dice Enrico, “Non è colpa mia se in Inghilterra metà delle donne si chiama così”). Per sei volte, la loro voce si innalza a narrarci la loro storia. Virginia Coral ci porta al loro cospetto, in punta di piedi, facendocele sentire vive e fragilmente umane nel palpitare del loro tempo. Teniamo fra le mani i fogli a cui hanno affidato i loro ultimi pensieri. La loro voce vibra. Di angoscia, di rabbia, di disperazione e di tristezza. Sei donne, diverse in tutto, che hanno intrecciato, spesso loro malgrado, le loro vite a quelle di Enrico VIII. Costrette dalla ragione di stato oppure vittime sacrificali delle mire di potere delle loro famiglie. Riviviamo le loro ambizioni, attese e delusioni. La gioia di aprirsi alla vita, fuggendo da domestiche prigioni, le speranze che si schiudono come germogli in primavera e il loro appassimento. Colte e ignoranti, sottomesse e dominatrici, algide e appassionate, ambiziose e ingenue, tutte sfilano sul palcoscenico davanti a noi, offrendoci la verità del loro cuore. Tutte, in diverso modo, piegate. Prigioniere come insetti nella ragnatela di un personaggio poliedrico e affascinante. Enrico, di cui seguiamo la parabola perversa da giovane affascinante a lascivo e disgustoso tiranno. A lui viene affidato il compito di fare calare il sipario della tragedia. Non riusciamo ad odiarlo, perché scopriamo lui stesso vittima, lui stesso schiavo, non meno delle sei sciagurate mogli. Avviluppato anche lui in una ragnatela, fatta di potere, desideri, lussuria, ambizione e necessità. Consumato in una cancrena che non è solo quella della ferita alla gamba ma soprattutto quella della sua anima. Una putrefazione dello spirito che aumenta ad ogni nuova moglie.
La scrittura della Coral è passionale e intensa. Vivida e sensoriale. Tutti i sensi vengono eccitati. Le narici si dilatano all’inebriante profumo dell’amore carnale e si stringono all’afrore di un corpo in disfacimento. Terminato il libro e richiusi i sepolcri, resta un senso di tragedia. Non c’è redenzione, non ci sono vincitori. Ci sono solo sconfitti a cui guardiamo con un senso di profonda e umana pietà


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